di Settimo Torinese (TO)
martedì 28 settembre 2010
Laboratorio “Sapori e saperi dal mondo”. Parole ed assaggi dal Marocco
di Settimo Torinese (TO)
mercoledì 15 settembre 2010
Mladic, I diari dell'orrore. "Sterminare i Musulmani"
"UCCIDERE 50mila musulmani in più non porterebbe a niente. Recupereremo in seguito. La nostra vera priorità è sbarazzarci della popolazione musulmana (sostituendola con serbi e croati, ndr)". "I musulmani sono il nemico comune nostro e dei croati, dobbiamo cacciarli in un angolo dal quale non possano più muoversi". La pulizia etnica da realizzare ad ogni costo è l'ossessione di Ratko Mladic in tutti i suoi scritti.

Dei suoi diari segreti. Delle sue cronache dal fronte di guerra jugoslavo negli anni a cavallo tra il 1992 e il 95. Diciotto quaderni, fitti di appunti, considerazioni, citazioni sulla necessità di fare piazza pulita una volta e per sempre degli islamici dalla sua terra. Oltre 3500 pagine che inchiodano il boia di Srebrenica, più ancora delle testimonianze dei sopravvissuti di quel massacro, alle proprie responsabilità. C'è del suo, ovviamente ma non mancano considerazioni del suo sodale, dell'ideologo delle sue scorrerie, Radovan Karadzic: "Dobbiamo aiutare i croati a forzare la mano ai musulmani affinché accettino la divisione della Bosnia", annota Mladic riportando brani dell'intervento del leader serbo bosniaco nel corso di una riunione alla quale partecipò anche Milosevic. E ancora: "I Balcani stanno diventando un fronte di guerra tra le forze che vogliono germanizzare l'area e quelle che la vogliono islamizzare". Citazioni, dunque, ma anche profonde riflessioni: "La coalizione occidentale crede di aver trovato la formula per trasformare noi serbi e le altre popolazioni balcaniche in un'orda di vagabondi", condite qua e là da accuse pesanti alle presunte interferenze di Unione europea e Stati Uniti, responsabili a suo giudizio di "flirtare con i musulmani perché hanno interessi in Medio Oriente e hanno quindi la necessità di fare alcune concessioni".
Dopo 15 lunghissimi anni Mladic è ancora in fuga, malato terminale si dice, protetto ormai solo da un pugno di fedelissimi e dalla famiglia, moglie, figlio e nuora, che non lo hanno mai abbandonato. Ma quegli scritti di suo pugno - in cirillico ovviamente, entrati in possesso dei giudici del tribunale olandese e finalmente tradotti - sono la Prova che l'accusa cercava. La prova non solo contro il braccio militare, Mladic appunto, ma anche contro le menti politiche di quegli orrori: Radavan Karadzic, il leader serbo bosniaco, e Slobodan Milosevic, il presidente padrone della Serbia. Costituiscono l'evidenza, al di là di ogni ragionevole dubbio, che la pulizia etnica fu pianificata a tavolino. Come conditio sine qua non per l'attuazione del folle progetto di una Grande Serbia. C'è voluto del tempo perché un documento di questa importanza venisse alla luce. Il tempo necessario perché Belgrado scegliesse tra passato e futuro e finalmente facesse la cosa giusta.
Bosiljka, la moglie dell'ex leader militare serbo-bosniaco, custodiva gelosamente quei diari nella bianca casa sulla collina di Banovo brdo, al 117 b di Blagoja Parovica a Belgrado. Erano lì, sotto gli occhi di tutti, sarebbe bastato cercarli. Cosa che è stata fatta solo quando la signora Mladic e suo figlio Darko si sono spinti un po' più in là del "lecito". Hanno tentato cioè di risolvere, leggi alla mano, il problema della latitanza del loro congiunto con una dichiarazione di morte presunta - Mladic ha settant'anni e da cinque non dà ufficialmente notizie di sé - per fortuna respinta il 28 giugno scorso da un tribunale serbo. Evidentemente era troppo anche per chi in questi anni ha fatto finta di non vedere. E allora, e solo allora, quelle note sono finalmente saltate fuori. Una perquisizione nel corso della quale sono state rinvenute anche armi da guerra che potrebbero aggravare la situazione giudiziaria della stessa signora Mladic.
E' notorio che tutti gli ufficiali debbano compilare dei resoconti delle loro missioni, ma i diari di bordo di Mladic possono fornire un quadro dettagliato, fare finalmente luce su quel triennio '92-95. Su obiettivi militari strategici, su possibili sanzioni o semplicemente sul trattamento dei civili a Srebrenica alla vigilia del genocidio di 8mila uomini e donne per mano delle forze di Mladic e dei paramilitari serbi. Per ora dai pochi estratti che i giudici olandesi hanno lasciato filtrare, Mladic sembra privilegiare piuttosto che la cronaca dei sanguinari raid dei suoi uomini, la "dottrina" che sta dietro a quelle azioni militari. Una sorta di giustificazione ideologica di quegli eccessi. Ecco perché fa sue frasi di altri come l'ex generale croato, Slobodan Praljak, anche lui accusato di crimini di guerra: "Ci conviene che i musulmani se ne stiano in un loro angolo e non si muovano più da lì". O prende in prestito - "I musulmani sono il nostro nemico comune" - considerazioni dell'ex leader croato, Jadranko Prilic. In ogni caso Mladic si mostra sicuro di potere portare a casa la vittoria che i suoi capi pretendono "a patto di restare uniti (si riferisce ovviamente a serbi e croati, ndr) intorno ad un unico, grande obiettivo comune". (15 settembre 2010)
www.repubblica.it 15 Settembre 2010
venerdì 27 agosto 2010
Guerra di spie tra Maghreb e Sahel, per l'uranio
L'Algeria è parte della guerra occulta del Sahara, con una tradizione anti yankee, dovuta alla partecipazione al Movimento dei Paesi non-allineati, guidato da Tito. Prima e dopo gli accordi sul gas tra la company statali dell'energia Sonatrach e Gazprom in realtà Algeri ha sempre avuto rapporti migliori con la Russia che con gli Usa e la Francia.
Un articolo del Quotidien d'Oran lancia accuse contro gli occidentali. Si noti bene che gli algerini non vedono di buon occhio il possibile supporto occidentale all'independentismo amazigh nella regione della Cabilia e tra i tuareg del Sahel. In Cabilia agisce anche il terrorismo di AQMI (Al Qaida).
A ciò si aggiunga il fatto che Obama sta proseguendo col programma di una Nato africana in funzione antiterrorista, varato da G.W. Bush col codice AFRICOM.
Africom è un gruppo di unità militari combattenti a guida Usa, dispiegato in accordo con 53 nazioni africane (esclusi solo Sudan, Corno d'Africa ed Egitto). Il primo obiettivo del comando che ha sede in Germania è contro la penetrazione della jihad salafita alqaidista e di quella sciita iraniana, attive nel continente dagli anni '70 in poi.
Secondo Le quotidien d'Oran la penetrazione (o contropenetrazione) americana si fonda anche su molte spie, annidate tra le popolazioni nomadi tuareg del Sahel. Al Qaida sarebbe un pretesto, un'invenzione della Cia. Tutto il grande accanimento tra Maghreb, e Sahara, Ciad, Mali e Mauritania, significa invece che nell'area sono celate altre ricchezze: idrocarburi, e soprattutto molto uranio.
Poi ci sono gli agenti americani, sbarcati di nascosto da sottomarini, secondo il quotidiano mauritano AlKhaleej. Si tratterebbe di yankees trasformati in "perfetti beduini" in grado di parlare la lingua, di sapere le tradizioni e le alleanze tribali meglio di un Lawrence d'Arabia. Gli agenti Cia infiltrati avrebbero anche "trovato il modo di scurirsi la pelle utilizzando i trucchi di Hollywood, nonostante provengano dai grattacieli della Silycon Valley". Tutto ciò allo scopo di mettere mano a "ricchezze minerarie inestimabili" nel Mali e in altre zone del Sahel.
Ci sarebbero anche delle donne, in grado di parlare perfettamente la Hassania, lingua della Mauritania e del Sahara occidentale. AlKhaleej cita il caso di una donna sposata con un mauritano, che conosce meglio del marito i legami tra tutte le famiglie. Si tratta di veri sociologi e antropologi, capaci di interagire con i capi L'intero Sahel pullula di agenti infiltrati: americani e francesi, ma anche algerini e marocchini. Dopo l'arrivo di Sarkozy, francesi e americani sarebbero alleati contro cinesi, alqaidisti, algerini e libici. Una guerra di tutti contro tutti: cinica, feroce e segreta, in nome dell'uranio.
mercoledì 21 luglio 2010

LA RIVOLUZIONE DELL’ACQUA
Un milione e quattrocentomila donne e uomini che sottoscrivono i tre referendum per la ripubblicizzazione dell’acqua rappresentano una piccola grande rivoluzione.
Come tale, provoca immediato spavento nei poteri forti e in un quadro politico-istituzionale non avvezzo all’idea che possa esistere una soggettività sociale capace di prendere parola e di progettazione autonoma.
Un primo tratto di questa rivoluzione risiede nel fatto che sul tema dell’acqua si è ormai costituito, per la prima volta dopo decenni, un vero e proprio movimento nazionale di massa.
L’Italia, come ciascuno può intuire anche ad un’ osservazione superficiale, è un Paese tutt’altro che pacificato : decine di conflitti attraversano il mondo del lavoro, la società e le realtà territoriali.
Sono esperienze dotate spesso di una fortissima radicalità ma al contempo di altrettanta frammentazione.
Dentro questo contesto, il movimento per l’acqua si colloca come una fertile anomalia : estremamente reticolare e radicato nei territori, su questo humus ha saputo costruire e vivificare nel tempo –dalla legge d’iniziativa popolare alla campagna referendaria, passando per due grandi manifestazioni nazionali- una forte vertenza nazionale, capace di incidere sull’agenda politica del Paese.
Il secondo tratto risiede nel non negoziabile contrasto con il pensiero unico del mercato : dopo due decenni di egemonia della cultura dell’impresa sulla società e la vita delle persone, il movimento per l’acqua costruisce una mobilitazione densa non per ottenere qualche riduzione del danno, bensì per affermare la totale fuoriuscita dell’acqua e dei beni comuni –essenziali alla vita- dal gorgo delle Società per Azioni comunque delineate. E per affermarne la riappropriazione sociale e una gestione pubblica e partecipata dalle comunità locali.
O la Borsa o la vita, per dirla senza perifrasi.
Il terzo tratto nasce dalla straordinaria domanda di democrazia e di protagonismo sociale che questo movimento ha messo in campo e ha saputo intercettare : le donne e gli uomini che hanno profuso energie, in ogni comitato nato nella più grande metropoli così come nel più piccolo paese di montagna, e i cittadini corsi a frotte a firmare affermano la straordinaria volontà di decidere tutte e tutti in prima persona su ciò che a tutti appartiene. Per la qualità della vita nel presente oggi e una possibilità di futuro per le future generazioni.
Da questo punto di vista, il referendum è uno strumento ma anche un fine in sé, in quanto afferma il principio che su beni essenziali alla vita come l’acqua nessuna delega è autorizzata e la decisione deve appartenere a tutte e tutti.
Da ultimo, ma non per importanza, emerge il tratto di laboratorio di democrazia e partecipazione che il movimento per l’acqua ha saputo costruire in quasi un decennio di esperienza. Il costante rapporto fra locale e globale, l’approccio inclusivo verso le più diverse culture e provenienze, il metodo del consenso come elemento costitutivo di tutti processi decisionali fondamentali, hanno fatto di questa esperienza un interessante laboratorio di formazione collettiva, di saperi condivisi, di redistribuzione della conoscenza.
Un laboratorio perfettibile, ma sufficientemente attrezzato da consentire al movimento dell’acqua, a differenza di altri luoghi di costruzione dell’opposizione sociale e politica, di evitare una delle conseguenze più nefaste del degrado della politica : la nascita dei populismi, che, anche nelle loro versioni più avanzate, costruiscono appartenenza sull’elemento simbolico della personalizzazione.
Al contrario, nel movimento per l’acqua l’appartenenza nasce dalla condivisione del tema e di una piattaforma valoriale, culturale e politica che si fonda su obiettivi di radicale trasformazione della democrazia nel senso della partecipazione sociale.
Sono queste alcune delle caratteristiche che, nel determinare il successo della campagna di raccolta firme, mettono in campo un potenziale di cambiamento di grande fertilità sociale.
Un popolo che riprende collettivamente parola è molto più pericoloso di un popolo che cerca di volta in volta qualcuno a cui affidarsi.
Sarà un autunno caldo per la battaglia dell’acqua.
Sapremo rinfrescarci in primavera con una marea di SI alla riappropriazione sociale dell’acqua.
Marco Bersani Attac Italia Luglio 2010
http://www.acquapubblicatorino.org/
http://www.italia.attac.org/spip/
venerdì 9 luglio 2010
E' nata SARA!!!
mercoledì 7 luglio 2010
Da www.repubblica.it
del 07/07/2010
AGRICOLTURA
Quei nove centesimi
nelle tasche dei contadini
Crollano i prezzi (nove centesimi per un chilo di carote) e le aziende del settore sono sempre più in perdita. Ecco perché serve un nuovo patto tra consumatori e addetti
di CARLO PETRINI
Che cosa si può comprare oggi con 9 centesimi di euro? Non bastano per un sms, forse sono sufficienti per pochi chiodi. Non mi viene in mente molto altro, se non che è il prezzo all'ingrosso di un chilo di carote. Ma è soltanto uno dei tanti esempi possibili se parliamo di cibo. È probabile che i lettori non se ne siano accorti perché a loro costa sempre uguale se non di più, ma i prezzi che spuntano i contadini sono in declino costante da anni. Le aziende agricole producono quasi tutte in perdita e la cosa passa sorprendentemente sotto silenzio. A qualcuno importa ancora della nostra agricoltura?
Dal dopoguerra a oggi il settore non è mai stato così in crisi come adesso: si pensi soltanto che un quintale di grano viene pagato tra i 13 e i 15 euro, a un prezzo decisamente più basso di addirittura vent'anni fa, quando ne costava 25. Solo nell'ultimo quinquennio ha perso il 30% circa. E nel mezzo c'è stata l'inflazione dei costi di produzione: come rilevano le associazioni di categoria, oggi produrre un ettaro di grano a un contadino costa 900 euro, mentre ciò che ne ricava sono 600 euro. Sfido chiunque a non farsi passare la voglia di lavorare a queste condizioni. Tutti i settori vivono questa crisi: le stalle di bovini e suini stanno subendo una vera e propria ecatombe. Solo nel settore lattiero-caseario siamo passati da più di 180 mila stalle nell'89 alle attuali 43 mila circa. Il prezzo medio dei suini, al chilo, nel 1990 era di 1,2 euro, nel 2009 è lo stesso.
Siamo al punto che andrebbe bene il commercio equo e solidale per i nostri contadini, e non per quelli dei Paesi poveri. Secondo dati ufficiali, nel 2009 i prezzi all'ingrosso sono diminuiti rispetto all'anno precedente del 71% per le carote, del 53% per le pesche, del 30% il grano, del 30% il latte, del 19% l'uva e il trend quest'anno non sembra migliorare, anzi. Una volta i contadini dicevano che il riso era l'unico prodotto che dava loro una certa sicurezza, perché anche se tutto andava male un minimo di guadagno lo offriva sempre. Beh, neanche il riso si salva, se nell'ottobre 2009 costava quasi 50 euro al quintale e oggi arriva a 30.
Un disastro di proporzioni mai viste, ma forse se ne stanno accorgendo soltanto i contadini, sempre più disperati. Perché a noi la carota pagata 9 centesimi ai contadini continua a costare un euro al chilo, con l'incredibile ricarico del 1100 per cento. Il latte, pagato la miseria di 30 centesimi al litro, lo compriamo a più di un euro e le pesche, che al chilo valgono più o meno come un litro di latte, ci costano invece quasi due euro.
E' pazzesco, eppure è la norma e non fa più notizia. E non sono cose congiunturali: sono strutturali. La nostra agricoltura è ancora per fortuna fatta di tante aziende medio-piccole, e questa è sempre stata la nostra vera forza. Diversità, radicamento sul territorio che ha fruttato anche in termini di bellezza relativa della nostra nazione, la capacità di preservare la biodiversità che è anche espressione culturale, di un'evoluzione lenta e attenta, principale risultato del nostro "adattarci localmente". Ma queste aziende medio-piccole hanno il futuro segnato se non ci saranno cambiamenti forti, con la capacità di guardare al lungo periodo. La nostra agricoltura per quanto originale nel contesto europeo non è immune dai processi di industrializzazione, centralizzazione e ancora di più concentrazione che hanno investito le agricolture dei Paesi del Nord Europa, della Francia, della Gran Bretagna, sul modello di ciò che è avvenuto negli Stati Uniti: è l'idea che si possa produrre cibo senza contadini. Tanto il cibo lo si fa viaggiare; tanto bastano pochi addetti che si trasformano in operai a cottimo per le grandi industrie o le catene di distribuzione.
Abbiamo una delle agricolture anagraficamente più vecchie d'Europa. Abbiamo un contadino giovane, sotto i 35 anni, ogni 12,5 agricoltori con più di 65 anni. Niente di paragonabile a Francia e Germania, dove lo stesso rapporto scende rispettivamente a 1,5 e 0,8. Significa che in Germania ci sono più persone in agricoltura con meno di 35 anni che con più di 65. E se non bastano gli anziani, arrivano gli immigrati, che visto l'andazzo non è poi tanto sconveniente sfruttare anche in maniera violenta. L'altro giorno ero a Zibello, cittadina diventata marchio internazionale di qualità per via del culatello. Sulle panchine del paese ho visto delle donne con il sari indiano. "Gli indiani riescono a sopportare la vita grama dei nostri vecchi" mi è stato detto quando ho chiesto perché erano lì.
Chi altri vuole sopportare questa vita grama? Nessuno, e il problema è proprio quello. Come si fa a vivere se il cibo viene pagato così poco? Se le campagne non hanno più uomini e donne che le popolano e le mantengono vive? Sotto lo scintillìo degli scaffali nei nostri luoghi di spesa spesso c'è un commercio che tende ad avere le stesse caratteristiche di quello nei Paesi in via di sviluppo: sfruttamento, intermediari che fanno il bello e il cattivo tempo, infiltrazioni della malavita che fa viaggiare i prodotti a puro scopo speculativo, contadini che alla fine si riducono in miseria e devono mollare. È la faccia triste del progresso, il risultato cui tutte le agricolture "moderne" e "competitive" saranno destinate se non ci si rende conto che il lavoro contadino va riconosciuto, rispettato, premiato, incentivato, protetto, portato in palmo di mano come base profonda e intelligente della nostra società. Forse ci vogliono meno industrie e più persone nelle campagne.
I fanatici del Pil questo non lo capiscono, bollano come "poesia" la vendita diretta (in costante crescita), i mercati dei contadini, la piccola produzione che non è in grado di far viaggiare merci per tutto il mondo ma riesce bene a coprire il fabbisogno dei mercati locali. Senza contadini sparirà anche il "made in Italy" agro-alimentare: non basteranno le industrie a spacciare una menzogna, ovvero prodotti sempre più finti, di peggiore qualità, sempre più omologati su un livello medio-basso. E la colpa sarà di tutti, la colpa è già di tutti.
I commercianti: sette gruppi di grande distribuzione si spartiscono il 98% del loro mercato. I ricarichi tra il prezzo finale e il prezzo di origine sono altissimi. Questi soggetti sono i più potenti, più forti delle multinazionali delle sementi, perché con quest'oligopolio sono in grado di condizionare qualità, caratteristiche, prezzi alla produzione. Se "mangiare è un atto agricolo" - e dobbiamo prenderne tutti coscienza - anche distribuire è diventato un atto agricolo, ma in negativo: quando il prodotto non ha le caratteristiche richieste non viene ritirato, e la leva del poter decidere i prezzi è micidiale. In questo modo si orienta l'agricoltura, s'instaura un meccanismo che fa tendere alle grandi concentrazioni, che per questi gruppi sono più facili da gestire. Non voglio prendermela troppo con la grande distribuzione perché concorre a questa situazione insieme a tutti gli altri soggetti coinvolti nei processi del cibo, ma il principale gruppo operante in Italia era nato nel secolo scorso per difendere i diritti dei più deboli, per rendere il cibo accessibile ad ampie fasce di popolazione. Ancora oggi punta molto sui diritti del consumatore nelle sue pubblicità, e gli va riconosciuto che molti passi avanti in questo senso sono stati fatti, ma voglio far notare che il lavoro svolto a favore dei contadini non viene sufficientemente comunicato e, aggiungo, deve essere implementato.
Parlo della Coop perché ritengo sia un soggetto forte in grado di sviluppare una trasformazione virtuosa. Quando mio nonno, socialista, macchinista ferroviere, nel lontano 1920 costituiva con altri "compagni" la cooperativa di consumo di Bra, la sua città, aveva chiare le finalità solidaristiche di questa istituzione. Rivitalizzare oggi queste finalità significa costruire un nuovo patto tra contadini e cittadini, rafforzare l'informazione, la tracciabilità dei prodotti, l'educazione alimentare, sostenere l'agricoltura locale e la stagionalità dei prodotti. A coloro che mi dicono che questo già avviene dico che non è sufficiente. A coloro che mi dicono che non è sostenibile dal punto di vista finanziario dico che è l'unica politica in grado di rilanciare la Coop in un contesto di grande crisi.
Ma è facile dare la colpa agli altri, piuttosto rendiamoci conto che neanche noi siamo esenti da responsabilità. Quando leggo che, a fronte del problema delle mozzarelle blu che sono spuntate come puffi un paio di settimane fa, ci sono state reazioni "possibiliste" dei consumatori ("Io le compro lo stesso, perché costano pochissimo, poi al massimo se vedo che sono blu le butto via") mi rendo conto che siamo vicini a un punto di non ritorno. Conta soltanto più il prezzo, pretendiamo prezzi così bassi che non possiamo neanche più lamentarci se la qualità è scadente. Al massimo si spreca, si butta via. Del resto, la qualità neanche la sappiamo più riconoscere. Insorgiamo per le zucchine a sei o sette euro d'inverno quando non ci rendiamo conto che è folle chiedere le zucchine d'inverno. Adesso che sono in stagione, per la cronaca, costano un euro o poco più. Se noi per primi, come consumatori, piccoli ingranaggi indispensabili al sistema, non cominciamo a renderci conto che il cibo va pagato il giusto, che ha valore e non soltanto prezzo, che dobbiamo aiutare i contadini perché "mangiare è un atto agricolo", allora non cambierà mai niente, e la nostra agricoltura morirà seriale, finta e omologata come in tanti altri Paesi del mondo che hanno già commesso questi errori. Vedi gli Stati Uniti, dove non a caso si sta assistendo a un vero e proprio rinascimento guidato dai foodies, persone che hanno a cuore il loro cibo e quello dei loro figli, si riforniscono nei mercati contadini, sviluppano reti di vendita diretta su internet, invogliano una nuova generazione di giovani a diventare contadini o chef che fanno del locale e dell'ecosostenibilità delle bandiere da apporre su cucine strepitose.
Mi chiedo quando avremo una politica agroalimentare degna di questo nome, che educhi i cittadini a scelte responsabili, sostenibili e piacevoli, che dia una mano a quei contadini che producono in maniera corretta per il loro e il nostro bene. Non vedo segnali forti né al governo né all'opposizione. Per anni gli agricoltori sono stati assistiti con sussidi a pioggia, depauperando così il loro modo di produrre e fare impresa, e oggi sono isolati e gabbati. Dobbiamo aspettare anche noi che la buona agricoltura ci muoia tra le braccia? Perché nessuno scende in piazza per difendere i contadini? Ci vuole un rinascimento che non guardi solo al Pil, che vada al di là degli interessi di categoria sussidiati per mantenere in vita un'agricoltura che, se non è già morta, è destinata a farlo presto. Un rinascimento che, credetemi, non è poesia come molti invasati del Pil sostengono. E' un rinascimento che parte dall'agricoltura ma non è soltanto agricolo. E' di vera civiltà.
(07 luglio 2010)
venerdì 18 giugno 2010
DAL SITO DI REPUBBLICA DEL 18/6/2010
COOPERAZIONE
Action Aid: "Dall'Italia solo parole"
Dopo le promesse del G8, il vuoto
In grave ritardo rispetto agli impegni per raggiungere gli Obiettivi del Millennio previsti per il 2015. La mancanza di una visione strategica rispetto alla cooperazione allo sviluppo e il rischio di perdere ancora in credibilità
di CARLO CIAVONI
ROMA - Il nostro Paese sta facendo un'altra pessima figura, rispetto al mondo intero. Per rendersene conto basta guardare i grafici prodotti nell'ambito dell'iniziativa "L'Italia e la lotta alla povertà nel mondo", a cura di Action Aid, la Ong che opera in 27 Paesi in tre continenti, con progetti che si propongono di cambiare gli squilibri nelle relazioni di potere all'origine della povertà, che alimentano la consapevolezza e la conoscenza dei diritti delle persone e che sostengono le loro organizzazioni, contribuendo a modificare prassi e politiche ingiuste.
Ultimi in classifica. A settembre, per l'Assemblea generale delle Nazioni Unite Aiuti sarà il momento di valutare quali e quanti progressi si sono fatti per raggiungere gli obiettivi di Sviluppo del Millennio, quando mancano cinque anni dalla scadenza. Obiettivi sanciti a New York dal 6 all'8 settembre del 2000 e che, tra l'altro, prevedono il dimezzamento del numero di persone che soffrono la fame e che vivono con meno di 1 dollaro al giorno; il diritto alla scuola per tutti i bambini; la riduzione di 3/4 del tasso di mortalità infantile rispetto al 1990; l'arginamento del dilagare dell'Aids; il dimezzamento del numero di persone che non ha accesso all'acqua; l'accesso ai farmaci. A poco meno di tre mesi da quell'appuntamento, dunque, il nostro Paese rischia di presentarsi nel gruppo dei più inadempienti, in classifica dopo Grecia, Portogallo, Malta e Cipro, avendo messo a disposizione della cooperazione per lo sviluppo solo lo 0,16% del Pil, a fronte della media europea che è dello 0,44% e dopo il drammatico taglio del 56% avvenuto nel 2009 rispetto all'anno precedente.
La dispersione degli aiuti. L'altro grave aspetto rilevato dal rapporto di Action Aid, oltre a quello della inaffidabilità rispetto agli impegni, è quello della dispersione delle risorse. Una tendenza confermata direttamente dalle organizzazioni che operano in Afghanistan, Libano e Mozambico, citate nel rapporto. Del resto, già nel 2004, l'Ocse aveva raccomandato al nostro Paese di evitare lo sperpero di risorse elargite a pioggia su tante organizzazioni. Che, per la verità, tra il 2007 e il 2008 scesero da 63 a 50, ma che l'anno scorso sono di nuovo diventate 60.
Aumenta la povertà estrema. Sullo sfondo di tutto questo c'è una previsione drammatica: quella secondo la quale alla fine del 2010, 64 milioni di persone si aggiungeranno a quelle che già si trovano in condizioni di estrema povertà, i disoccupati aumenteranno di 25 milioni, 100 mila persone in più non avranno accesso all'acqua potabile. Di fronte a questo scenario, il governo italiano risulta essere fra i quelli che hanno fatto solo tante promesse e poco altro. Promesse come quelle pronunciate un anno fa, durante il G8, quando l'Italia diceva di voler contribuire con 450 milioni di dollari all'Aquila Food Iniative, di volersi allineare agli altri Paesi per gli aiuti pubblici allo sviluppo, di voler saldare i debiti al Fondo Globale per la lotta ad aids, tubercolosi e malaria. Spenti i riflettori sul vertice, concluso il can can mediatico, il governo italiano è tornato a ignorare la cooperazione allo sviluppo. "Se le parole nutrissero - è detto in un video che accompagna la diffusione del rapporto, che ricorda le promesse fatte al G8 - la fame sarebbe sconfitta".
La crisi economica non c'entra. Action Aid rileva che i mancati impegni negli aiuti non possono essere giustificati con la difficile situazione economica, ma sono da attribuire a precise scelte politiche del governo italiano, scelte che ignorano gli effetti di isolamento e di perdita di credibilità internazionale. Opportunamente, nello studio vengono infatti citati Paesi che hanno al contrario accresciuto i loro aiuti, dimostrando una visione strategica della cooperazione allo sviluppo. Primi fra tutti, gli Stati Uniti e la gran Bretagna che hanno aumentato i loro contributi rispettivamente del 5,4% e del 12%. L'Italia, così, sarà il maggiore responsabile - secondo Action Aid - dell'ammanco di 15 miliardi di dollari per il raggiungimento dell'obiettivo collettivo che l'Unione Europea si era data per il 2010, e cioè portare gli aiuti allo 0,56% del Pil.
venerdì 4 giugno 2010
Le foreste della Fao
L'ultimo rapporto della Fao sullo stato delle foreste del pianeta nell'ultimo decennio, vede per la prima volta dei risultati positivi: la deforestazione sarebbe calata rispetto al decennio precedente, compensata da una tendenza alla riforestazione, soprattutto in Asia e in Cina. Ma uno studio attento del rapporto della Fao, che è un capolavoro di ambiguità, finisce per far aumentare l'allarme.
Primo, i dati sul calo della deforestazione sono dovuti alla revisione al rialzo del decennio precedente, quando erano mancati dei conteggi in certi paesi. Senza questa revisione, la deforestazione non mostrerebbe nessun segno di recessione. Più inquietante è il paragrafo sulla riforestazione, in cui si dice che «le piantagioni di alberi su vasta scala riducono significativamente la perdita globale di foreste»: in pratica le «foreste piantate» sono aumentate in alcune aree del mondo e questa «afforestazione» compenserebbe le perdite dovute alla deforestazione. Su questi termini - riforestazione, afforestazione, foreste piantate - si gioca una partita tanto cinica quanto cruciale per il pianeta. La Fao infatti considera come foresta il suolo terrestre coperto da alberi: qualsiasi albero, anche le piantagioni di eucalyptus, caucciù o palme da olio. Per le organizzazioni che lavorano alla protezione delle foreste e per i popoli indigeni, il termine foresta designa un'altra cosa, incompatibile con le piantagioni delle grandi imprese di agribusiness: le foreste sono un territorio arboricolo dove crescono specie diverse e dove la biodiversità è sovrana, il ciclo naturale dell'acqua non è manomesso: sono insomma habitat di differenti specie, vegetali e animali - e spesso anche di popolazioni indigene che praticano un uso tradizionale dei prodotti della foresta. La Fao giustifica il suo rifiuto di distinguere fra foreste e piantagioni con l'argomento che «le piantagioni sono un mezzo per controllare la deforestazione e per aiutare a contrastare la pressione esercitata sulle foreste primarie». Eppure salta agli occhi la differenza qualitativa fra un territorio trasformato in piantagione e una foresta primaria: non solo le specie arboricole sono spesso aliene al territorio, ma la monocultura ha perduto qualsiasi caratteristica di biodiversità, sono rare le specie animali, in certi casi i trattamenti chimici e fitoterapici sono costanti, e le popolazioni sono sparite o sono state emarginate. Non solo, pochi mesi fa uno studio pubblicato dalla rivista «Science», mostrava come le piantagioni di caucciù nella Cina del Sud e nel Sud Est Asiatico stiano crescendo esponenzialmente, sostituendosi ad aree forestali primarie e secondarie. Sono piantagioni come queste che la Fao cita nel suo rapporto alla voce «riforestazione». Solo in Cambogia si contano decine di casi di comunità indigene alienate dalle proprie terre a causa di concessioni date a società di agrobusiness. In alcuni distretti del Nord est, il patrimonio forestale si è ridotto della metà, e secondo alcuni ricercatori nel prossimo decennio è destinato a ridursi ancora drasticamente. Al suo posto entrano nelle statistiche della Fao come «foreste» le file monotone di alberi delle piantagioni, senza più un animale o una pianta che non sia quella coltivata, popolate da lavoratori a giornata oppressi da condizioni di lavoro e di vita deprimenti e degradanti. Gli indigeni, veri custodi delle foreste primarie del pianeta, svaniscono insieme ai loro territori.
mercoledì 26 maggio 2010
serata SALVIAMO LA FORESTA
Le tematiche ambientali e la distruzione portata avanti dalle attività umane nei confronti dell’ambiente sono oggi sempre più attuali. La notevole distanza che ci separa dalle zone tropicale non diminuisce l’importanza che le loro risorse naturali hanno anche per noi. Le conseguenze del taglio indiscriminato di foreste che sta avvenendo in America Latina, Centro America ed in tutto il Sud del Mondo si ripercuotono ovunque sul Pianeta e i loro effetti negativi, saranno sempre una delle maggiori cause che modificheranno le nostre vite.
Gli effetti del cambio climatico che potranno sconvolgere interi ecosistemi e popolazioni dipendono anche dalla noncuranza e dall’indifferenza di tutti noi nei confronti della distruzione ambientale che sta avvenendo nella maggior parte dei paesi poveri delle aree tropicali. La cecità del modello economico dominante che si concentra esclusivamente sulla crescita del PIL e del profitto, fa si che le risorse naturali non vengano considerate per il loro valore reale, per la loro importanza nei confronti di migliaia di persone che da secoli le hanno utilizzate in modo sostenibile. Le foreste sono considerate solamente come ostacolo all’industria agroalimentare, all’urbanizzazione e come materia prima da sfruttare indiscriminatamente per ottenerne profitto.
Apertura ore 18 con l’esposizione della mostra “Parchi del Nord, Parchi del Sud”, a cura della Regione Piemonte Servizio Parchi, Ente Parchi Astigiani, RE.TE.ONG, e con la consumazione di un aperitivo per sostenere la Campagna “Compriamo la Foresta”.
Inizio dibattito ore 19, con
• Vanda Bonardo(Presidente Legambiente Piemonte e Valle D’Aosta)
• Giangiacomo Bravo (Professore e Sociologo dell’Università di Torino, esperto di sostenibilità ambientale e di gestione delle risorse collettive)
Parteciperanno inoltre volontari di RE.TE, che illustreranno le attività a salvaguardia delle foresta primaria in Nicaragua, presentando la campagna “Compriamo la Foresta!”, per l’acquisto di parte della foresta primaria nell’Arcipelago di Solentiname (Nicaragua) e per l’appoggio alle popolazioni locali. La serata sarà l’occasione per un confronto ed un approfondimento sul tema della sostenibilità ambientale e la tutela delle risorse naturali.
Successivamente alla conversazione verrà proposta la proiezione del film “Home” (FRA, 1h e 33 min) di Yann Arthus-Bertrand e co-prodotto da Elzévir Films e EuropaCorp, compagnia di Luc Besson.
Il film è stato presentato a Giugno 2009 in occasione della giornata mondiale dell’ambiente. E’ composto da fotografie aeree riprese dai 5 continenti; i cambiamenti e gli impatti delle attività umane sul pianeta vengono raccontate da una voce fuori campo. Il film riesce ad incorniciare la bellezza della nostra casa, “Home” appunto, raccontando i pericoli a cui va incontro ogni giorno, in seguito alla sua distruzione derivante dalle attività umane perpetrate nel tempo. Il progetto è un ottimo lavoro di grande impatto da cui estrapolare spazi di riflessione su fragilità ambientale,sostenibilità e rapporto uomo-natura. E’ utile per aumentare il livello di consapevolezza sui pericoli a cui va incontro il pianeta Terra, la nostra unica casa.
"PIEMONTE chiama MONDO 2010 - Un intero mese dedicato alla cooperazione internazionale e all'educazione per una cittadinanza mondiale" è organizzato per il quarto anno consecutivo dalle Ong che aderiscono al Consorzio delle Ong piemontesi. Sul sito www.ongpiemonte.it è disponibile il programma con il dettaglio degli oltre 50 eventi nelle diverse località piemontesi.
venerdì 14 maggio 2010
FESTA FIM 2010

FESTA FIM –CISL TORINO
SABATO 5 GIUGNO 2010
A CARMAGNOLA
PIAZZA Antichi Bastioni
La FEDERAZIONE ITALIANA METALMECCANICI di Torino in occasione della festa FIM CISL 2010
promuove la lotteria di cui parte dei fondi andranno a sostenere i progetti di RE.TE. in Mali.
Il costo di un singolo biglietto è di 1 €,sarà possibile l'acquisto presso la nostra sede o tramite i nostri soci.
In palio ci sono molti premi tra cui biciclette, computer e macchina fotografica.
Sostenendo l'iniziativa aiuterete RE.TE. nei suoi progetti di cooperazione internazionale in Mali.
Contattaci tramite facebook oppure via mail o telefonicamente:
rete@arpnet.it
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Il Plateau Dogon è una delle zone più povere del Mali; l’acqua è presente nei corsi d'acqua e nelle riserve naturali solamente durante una parte dell’anno; i suoli sono poveri e solo il 12% delle terre risultano coltivabili.

In questo ambiente estremamente ostile, i contadini e le contadine del Plateau Dogon hanno sviluppato la coltura orticola, che ha assunto un’importanza fondamentale per il loro reddito dei contadini. In particolare la produzione e la trasformazione dello scalogno Dogon è diventata la principale attività della popolazione e ha portato i contadini ad organizzarsi in una federazione (FAC/GEST).
