giovedì 27 settembre 2007

WE'VE A DREAM



Ciao a tutti,
molti di voi non mi conoscono, perciò è giusto che mi presenti. Sono Emanuele e sto facendo lo stage in Marocco per RE.TE. Ormai sono giunto alla fine dei mie due mesi magrebini perciò è giunta l’ora di scrivere in questo blog.
Quello che voglio scrivere è di questo paese, il Marocco. Una terra strana, misteriosa, affascinante che al tempo stesso nasconde in se molto di quello che nessuno ci si aspetta, o meglio come dicono loro: “nous sommes fùùùùùùùù” accompagnato dalla rotazione della mano vicino alla testa. Tutto questo si può raccontare descrivendo il viaggio che tutti i giorni mi accompagna da dove abito, Marrakech, al villaggio del progetto, Tamesloht.
Al mattino ci si alza presto con il caldo che ne fa da padrone e quel sudore che non ti abbandona neanche per un istante. Dall’esterno giunge una voce, un canto; è l’Imam “Allah Akbar”. Sono appena le 4 del mattino e se qui la vita inizia presto per me non è proprio così. Allora ci si alza più tardi al suono della sveglia, pensando che quello di prima sia soltanto un sogno, perché tutto questo racconto è un sogno, il mio.
Si esce di casa al mattino quando ancora in giro non c’è nessuno perché dopo la preghiera molti tornano a dormire. Il quartiere, Daoudiat, è quasi irriconoscibile dalla sera prima. Qui ogni volta che il sole tramonta dietro le case e qualche palma la gente inizia a far festa…si aprono grandi mercati all’aperto con tutto quello che possiate immaginare, dei fumi si alzano da qualche baracchino che fa da mangiare e la gente passeggia tra un telo e un altro, perché questo è il nostro stand, in un via vai interrotto solo a tardi.
Questo quartiere è uno dei più popolari e popolosi di tutta Marrakech anche se a detta di molti non è poi così vero. Dicono che esiste di peggio, ma credo che qui si possa respirare la vera aria calda che spira dal deserto portando con se sogni, speranze e tanta tanta sabbia.
A Daoudiat molte persone sono partite per quel sogno che si chiama Europa, molti non ne fanno più ritorno, il motivo sceglietelo voi, altri invece, tornano per l’estate a trovare i loro parenti e soprattutto per raccontare del loro sogno. Tornano parlando di un posto favoloso di una terra promessa dove chiunque può realizzarsi, chiunque può aspirare a una vita migliore, mentre qui la dittatura o se preferite monarchia costituzionale riduce all’osso. Forse il sogno resta tale perché chi l’ha visto trasformare in incubo non ha fatto più ritorno in questa terra.
Perciò qui si trova di tutto, dalla ragazza velata a quella che i veli li ha solo per coprire quel poco che deve, il tanto basta…si incontra il mendicante, il ragazzino che cerca di fare il teppista con chiunque soltanto per attirare un po’ di attenzione; qui quando termina la scuola non c’è molto da fare o la piscina o la strada che poi molto non cambia.
Inoltre, si incontra avvolte quelle persone che come dire…si mettono tanto fondo tinta in faccia da camuffare la propria pelle…ebbene si perché dovete sapere che qui il colore della pelle vuol dire molto. Ci sono i neri, ex schiavi venuti dal sud e come tali non contano poi molto, infondo il nero è il colore del male, il colore delle tenebre o almeno è questo che ci insegnano da piccoli. Poi ci sono i bianchi, pochi a dir la verità, forse un retaggio dei colonialisti francesi che qui hanno portato poco e preso molto come anche oggi infondo. Infine, ci sono quelli di mezzo perché come ogni storia narra c’è sempre chi cavalca quella linea sottile tra di qua e di là. E allora ecco che c’è chi orgoglioso delle sue origini del sud non si cura a prendere un po’ di sole e passare dalla linea del nero mentre chi preferisce appartenere all’altra linea fa bene attenzione a coprirsi per non prendere il sole o magari mettersi un po’ di trucco per sembrare più bianca, nonostante il caldo non fa durare poi molto perché come ogni truffa che si rispetti non può passare alla luce candida del sole.
Ecco allora che si abbandona il quartiere, dove ogni sera è una festa, un matrimonio, un motivo per uscire di casa e festeggiare. Perché poi qui se non lo si trova il motivo di festeggiare non viene poi cosi tanto spesso.
Ci si avvicina al centro per prendere il bus che ci accompagnerà al nostro villaggio. Si arriva alle mura della città, dove ancora si intravede i fasti della città imperiale tanto ammirata nei secoli scorsi. Una città di confine, un confine impalpabile ma reale, tra il nord e il deserto. Marrakech è stata da sempre quel porto di mare o meglio oasi che per chi veniva dal lungo viaggio per il deserto appariva meravigliosa con i suoi giardini, le sue case in argilla fresca, il suo souk in cui potevi rifornirti per il prossimo viaggio e vendere quello che avevi trasportato con tanto ardore tra le dune impervie del Saharah. Come ogni città di confine che si rispetti, come ogni porto, Marrakech era un’incontro di persone, identità, culture, merci, una città fatta di fasto, divertimento e riposo per i molti che vi approdavano.
Oggi di tutto questo è rimasto ben poco. Il deserto è avanzato, l’acqua è andata altrove, l’argilla si è trasformata in cemento e gli avventurieri dal sud…beh ormai nessuno viaggia più nel deserto. I nuovi avventurieri sono i turisti…che come ogni buon vacanziero crede di sapere tutto della città, di catturarne l’anima in pochi giorni!!! Invece, porta via poco e lascia tanto meno, forse qualche dirham, perché ormai l’unica fonte di sostentamento è il turismo.
L’unica cosa rimasta intatta per anni è la piazza, Djemaa El-Fna. Resta ancora quella di una volta con i suoi giocolieri, cantastorie, incantatori di serpenti, musicisti, qualche saltimbanco e alcuni tipi stravaganti; qui il turista viene lasciato ai margini come uno spettatore inerme davanti alla maestà della serata.
Si scende dal gran taxì, principale mezzo di spostamento a Marrakech, che di grande ha solo gli energumeni all’interno; 6 persone a bordo di un Mercedes avveniristico con un clima interno di circa 50 gradi, 45 esterni quando fa freddo, e ci si incammina verso la stazione dei bus. Si passa attraverso i bar, luogo tanto amato dagli uomini. Qui la gran parte dei marocchini passano la loro intera giornata a bere caffè e giocare a “carta”. Spesso ci si domanda perché in questi bar non sono presenti le donne e allora si pensa alla religione, alla cultura e invece la verità è che le donne vanno nei bar, a bere il tè ed incontrare amiche, ma non certo in quelli dove l’uomo omofobo viene tuttavia attratto dal proprio sesso.
Poi si parte alla volta di Tamesloht, si esce da Marrakech e subito ci si immerge nel deserto. All’ultima porta, ad attendere per il saluto c’è una cicogna con il suo nido che forse porta in grembo quella speranza dove qui avvolte lascia il tempo che trova.
Per andare al villaggio ci si avvicina alle montagne, con questo sfondo immenso, intorno il nulla e davanti, imponente, si erge l’Atlas. Per questa via ci si accorge subito cos’è oggi Marrakech o meglio cos’è oggi il Marocco. Si costruisce ovunque, in qualsiasi modo e qualsiasi cosa. Perché l’importante è costruire, poi chi compra forse qualche avventuriero straniero o qualche marocchino abbiente in cerca di fama e di denaro. Per ora non resta soltanto che quartieri fantasma, cattedrali di cemento in mezzo al nulla…perchè l’importante per i governanti marocchini non è creare qualcosa di sostenibile, che duri nel tempo, che porti benefici alla popolazione ma qui si guarda a chi porta più soldi senza prestare attenzione a cosa realizzare. La fame di denaro porta avvolte a fare scelte sbagliate, ad accettare finanziamenti stranieri di miliardi di dollari per costruire case, country club e tutto quello che una vera vacanza prevede, perché è di questo che si tratta. Senza però accorgersi che i nostri divertimenti, perché se non l’avete capito i turisti siamo noi, hanno bisogna d’acqua; quell’acqua che ogni giorno viene tolta alla terra, lasciando i campi aridi e i contadini senza i loro raccolti…e se qui l’agricoltura non funziona…beh conclude voi la frase!!!
Poi si arriva a Tamesloht o meglio si passa per le sue campagne , quelle che una volta erano coltivate ad olivi. Perciò il deserto avanza, gli olivi spariscono e i contadini….beh forse troveranno lavoro nel turismo o forse inizieranno anche loro a sognare la terra promessa.
Ad un tratto si intravede il villaggio o meglio, si vede all’orizzonte un conglomerato di cemento perché ormai l’argilla non va più di moda e la modernizzazione fa parte di ogni paese che si rispetti, inoltre, fumi neri si alzano dai forni perché qui l’unica cosa che hanno da bruciare sono gli scarti, la plastica…tutto quello che la società non vuole più viene riutilizzato come combustibile.
L’autobus ci lascia nella piazza del villaggio…ah l’autobus, unico mezzo di collegamento tra Marrakech e i dintorni, perché qui la macchina non è poi un bene così comune, dove si scopre la bellezza dell’unità del viaggio.
In cima alla piazza spicca l’unico edificio esterno al contesto, una specie di casa coloniale a due compartimenti, oggi adibito a bar, con la struttura che ogni buon architetto francese rispetti.
Alla sinistra c’è l’ensemble, il luogo dove si svolgono i corsi, dove il progetto nasce e prende vita ogni giorno. Ti aspetti anche lì un ambiente angusto, torrido perché dopo il viaggio non hai visto altro che cemento e deserto, e invece la sorpresa all’interno: un cortile nel quale si affacciano i vari atelier, grandi giare e un po’ di verde a fare da arredo. Ci si aspetta di vedere artigiani intenti in stile manovali e invece, il lavoro qui è come un passatempo, si sorseggia tè, si chiacchiera con gli amici si scherza e si ride. La fabbrica che tutti immagino in quel sogno non è altro che una prigione che per 8 ore usura l’uomo e la sua mente.

Allora ad un tratto riscopri il Marocco, riscopri questo popolo perché qui i valori sono ancora quelli, come dire, di una volta. Il rispetto, l’amicizia, la comunità sono ancora valori forti dove si cresce si in mezzo ad una strada giocando tra le fogne e i rifiuti ma anche in mezzo a quei valori che noi abbiamo lasciato ai libri di storia.
Qui il pasto viene fatto tutti insieme facendo la colletta per un pezzo di montone e un po’ di verdura…ma alla fine il risultato è ottimo…chi prova il tajin di Tamesloht non torna più indietro. E cosi le giornate passano tra una chiacchiera e l’altra, lavorando continuamente a mano i vari pezzi dell’artigianato. Qui qualsiasi cosa è fatta a mano…le macchine sono soltanto quelle con quattro ruote e un motore….per poi rivendere il tutto a pochi dirham al souk dove qualche turista si farà ripulire il portafoglio dal commerciante di turno.
Intanto il caldo aumenta e a Tamesloht non c’è nulla per ripararsi, né un albero né altro…ma qui all’ensemble dopo il tajin ci si rilassa su un tappeto steso in terra fino l’ora della preghiera perché qui Allah è più Akbar che altrove. Intanto in attesa che il sole tramonti, il pullman arrivi e si faccia l’ora di tornare a Marrakech si sorseggia il tè del deserto come tradizione vuole sotto una luce rossastra che il sole si lascia alle spalle tramontando dietro le montagne.
Questo è il mio Marocco, una terra di sognatori e grandi viaggiatori dove le tradizioni lottano sulla modernità, dove il tempo ha sbiadito sogni e persone ma anche dove regna grandi valori di un tempo che fù e la gente vive fieramente con il proprio passato e con la speranza di un domani migliore.
bismillah



lunedì 24 settembre 2007

Alluvione a Bandiagara



Purtroppo le pioggie non sembrano mai amiche del Mali; gli anni scorsi, i coltivatori hanno sofferto la siccità. Quest'anno, le piogge violente hanno invece fatto molti danni nel Paese Dogon, tra cui la distruzione del ponte per Sevaré e Mopti, le città di riferimento, dei ponti tra i villaggi e molte piccole dighe utilizzate per le coltivazioni.
A causa della situazione sul posto, abbiamo rimandato il viaggio di turismo responsabile previsto per la fine di ottobre, e cercheremo nel frattempo di contribuire alla ricostruzione.

mercoledì 29 agosto 2007

torniamo in piazza, anzi al parco



eccoci tornati dalle meritate vacanze e dai viaggi di lavoro fatti al posto delle vacanze.

dal 30 agosto al 16 settembre saremo presenti - per quanto riusciamo - alla festa di liberazione, al parco ruffini di torino.
(precisazione: abbiamo chiesto ospitalità anche ad altre feste, ma questa è l'unica che ci ha aperto le porte).

http://www.liberafesta.it/torino/

venerdì 6 luglio 2007

Alluvione in Mali

Il nostro responsabile locale in Mali, Mamadou Guindo, ci ha comunicato dei gravi danni causati dalle forti piogge a Bandiagara: circa 150 case sono state spazzate via dalla pioggia e le famiglie sono restate senza casa, le vie di comunicazione sono interrotte, i ponti sono crollati. La città permane senza corrente e acqua potabile (by Katia)

lunedì 25 giugno 2007

L'FK Rudar si gioca la promozione


18 maggio 2007

La squadra di calcio di Breza si chiama “rudar”, che significa minatore. La miniera é importantissima a Breza: mezza città ha lavorato o lavora tuttora nella miniera di carbone all’inizio del paese. Il suo simbolo occhieggia anche nello stemma del comune. E’ una delle più grandi, se non la più grande di tutta la Bosnia e rifornisce la ciclopica centrale elettrica di Kakanj. A Breza metà popolazione si scalda a legna, presa dai boschi, l’altra metà a carbone. Arriva un camioncino, scarica in mezzo alla strada davanti a casa uno o due quintali di carbone. Il padrone pian pianino lo spala in cantina. Per mezza giornata la strada é bloccata. Nessuno se la prende, é normale. La squadra nasce dalla miniera, un pò come la Juventus con la fiat credo. Ricorda un po’ gli “isotopi” di Springfield. Quest’anno ricorrono cent’anni della miniera: quando é sorta in Bosnia c’era l’Impero Asburgico.

Comunque mercoledì la squadretta, che milita dignitosamente in serie C, si giocava la promozione: 1 a 2, e sogni di gloria all’anno prossimo. Mi son fatto coinvolgere volentieri. Sono andato a fare il tifo per il Rudar credendo, da bravo fedelissimo, che potessero fare l’impresa (James mi aveva assicurato di sì). E in effetti la squadra inizia all’attacco, aggressiva, e nonostante il ritorno degli avversari riesce a chiudere in vantaggio il primo tempo. Poi purtroppo un autogol carambolesco annulla il vantaggio.



Le grida selvagge


Infine uno svarione difensivo concede un rigore agli avversari prontamente trasformato. Disdetta! “Mancò fortuna non mancò valore” si dice in gergo militaresco. Il registro non é così fuori luogo. I tifosi, categoria che rispetto ma fatico a capire, sono più simili a una tribù in battaglia che non a sostenitori, pur coinvolti, che assistono una semplice manifestazione sportiva. Quelli di qui non sono in fondo né più brutti, né più cattivi, né tanto meno più ubriachi che altrove. I cori approfondiscono pressappoco quelle due o tre tematiche classiche tipicamente al centro della speculazione ultrà: la nascita del tifoso con la maglia della propria squadra, l’invito a unirsi nella nobile causa di fare un culo così all’avversario e, immancabile, l’antico mestiere della madre o delle sorelle degli avversari. Per le madri uno zelo particolare. Del resto in Bosnia già di suo le orecchie di mamma fischiano di continuo, quasi più che in Abruzzo.

Sono andato tra i più sfegatati, in quella che in uno stadio sarebbe la curva. A Breza ci son gli spalti solo di lato, di cemento sgarrupato. Niente curva. Devo dire che é divertente cantare i cori, che alcuni personaggi sono pittoreschi e che l’iperbolica retorica ultrà smuove gli animi. Alzare la voce e le braccia viene da sé, al gol ti senti esplodere e qualche fischio all’arbitro scappa. Ma perché, mi chiedo, deve essere sempre necessaria tutta quella polizia? Perché un avversario che distrattamente guarda verso la tribuna deve essere minacciato di pestaggio, se non bersagliato con qualsivoglia oggetti? Perché la squadra avversaria, venuta sportivamente ad applaudire la tribuna, deve scappare sotto una pioggia di lattine? Mi hanno parlato del bisogno identitario, della competizione, dello sfogo dell’aggressività, ma diavoloporco continuo a non realizzare come non si possa avere qualche ambizione più elevata che non pestare l’avversario a fine partita. Eppure lo schema si ripete uguale in ogni città del mondo, con ogni squadra. Breza non fa eccezione. A Breza, realtà piccola, si avverte in special modo il paese più frizzante dalla mattina, calmo ma in qualche modo inquieto, teso, all’erta. Bandiere e magliette escono presto per la città. E’ difficile non accorgersi dell’evento. Nessun luogo in città é davvero lontano dallo stadio, e pochi hanno faccende più importanti. Tifosi, anche anziani, già ubriachi quattro ore prima, si compiacciono che un italiano prenda parte alla loro nobile causa, e non mettono in dubbio la gloriosa vittoria del Rudar. Si respira un fermento particolare, un’attesa, una specie di strana laboriosa quiete prima della tempesta. Tutti hanno il biglietto e me lo mostrano, non fatico a trovare chi vien con me sugli spalti. Vado con Haris, trovo Lejla, Alen, James, qualche papà e mamma e un sacco di bambini. Dino, ragazzino che bazzica al Desnek, fa il raccattapalle. Tutte le età e le categorie di persone son rappresentate. I cori iniziano timidi poi più decisi. Oggi a Breza tutti ritrovano nel Rudar un pò del loro orgoglio. La loro promozione forse é sentita come un riscatto per una cittadina che crede poco in se stessa, che guarda Sarajevo come una bambina guarda una signora elegante e raffinata, che vede futuro solo altrove. Il Rudar é forse l’occasione di dimenticare i problemi quotidiani, che qui non di rado vuol dire pane e companatico in tavola, trovare lavoro, o per i giovani cosa fare della propria vita. Nel Rudar forse ognuno vede la propria battaglia con la vita? Come in tutto il mondo per molti sarà anche così. Per qualcuno é solo un gioco.

Cerco di partecipare alla loro “battaglia”, di sentirmi anche oggi un po’ uno di loro anche se sia io che loro sappiamo di appartenere a mondi diversi. Non può che essere così, pur con tutta la buona volontà, l’affetto e l’amicizia che cerco di metterci. E va bene, giochiamo a tifare Rudar. A Breza oggi non c’é Sarajevo, non si pensa al futuro, non c’é altrove: c’é solo il rudar.

Juan Saavedra

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venerdì 22 giugno 2007

il gruppo gite


Il gruppo gite

venerdì 11 maggio 2007

Sabato scorso abbiamo radunato alcuni amici del Desnek. Vogliamo continuare con le gite per i bambini, ma non vogliamo che sia cosa solo nostra. Gli abbiamo così proposto di collaborare con noi. Abbiamo in cantiere ideuzze semplici: una grigliata sulle colline, e qualche gioco coibambini, per il sabato successivo. Più a lungo termine ci aiutano a organizzare i campi di lavoro che vorremmo fare per l’estate. Molti giovani bazzicano il Desnek senza farci granché. Play Station, videogiochi vari, chat e cazzeggio ti risucchiano anche qui. Un paio d’ore alla settimana possono concedercele.

Le riunioni coi bosniaci sono una prova di pazienza. Ci si trova puntualissimi, ma ognuno per i fatti suoi. Ci sono, voglio dire, sono lì, ma uno gioca alla Play, uno controlla ”solo un attimo la posta”, uno beve il caffé ... in una decina di minuti li raduniamo. Si prendono abbastanza a cuore i temi discussi, sono coinvolti, pensano e propongono come risolvere i problemi. Poi ogni tanto uno prende e sparisce per un pò. Il primo che sparisce di solito é andato a cercare un portacenere: oltre il quarto d’ora qualcuno deve per forza fumare. Gli altri che via via si 1 dileguano non si capisce, comunque dopo poco ritornano. Sono molto dispersivi. Cambiano discorso saltando di palo in frasca. Discutono, discutono. A volte sembrano quasi litigare, poi si sorridono e si danno una pacca sulla spalla, o si offrono da fumare. Ogni tanto dichiarano di aver preso una decisione con enfasi, come fossero pronti a scriverlo sul marmo. Basta poco per rimettere in discussione tutto. Il caffè aiuta, ma non fa' miracoli. Sembrano sempre girare attorno alle cose senza mai arrivare al punto. Si concentrano su dettagli trascurabili per un sacco di tempo. Faccio fatica: sono abituato a finire un discorso prima di iniziarne un altro, a chiudere in fretta eventuali parentesi. Il loro modo mi stanca, in capo a un’ora so che avrò mal di testa.



Cambio tattica, cerco di adattarmi. “Sparisco” anch’io qualche minuto a prendere un po’ d’aria, ascolto e contribuisco alle loro infinite parentesi: diciamo una ritirata strategica. Polako, polako (pian piano) come usano dire da queste parti, cerco di ottenere qualche decisione, di dividere i compiti e dare delle scadenze. Loro non sembrano infastiditi dal mio intervento così occidentalmente efficientista. Sembrano quasi docili quando cerco di tornare al punto. Mi prendono un po’ in giro, ma mi seguono. Faccio molta fatica a non sentirmi un po’ “superiore”, un po’ “arrivato ad aiutare i poveri bosniaci poveri e inesperti”. E loro forse fanno a volte fatica a non sentirsi i “poveri e inesperti bosniaci”. Difficile scrollarsi di dosso questa “missione civilizzatrice dell’uomo bianco”, pur con tutte le migliori intenzioni e lo spreco di virgolette. Certe idee sono radicate molto in profondità di quanto. La razionalità per quanto educata fatica ad arrivarci. E’ forse una delle sfide della cooperazione internazionale, una missione scritta nel suo stesso nome “cooperazione”, guardare a chi a bisogno d’aiuto non da maestro, non da padre o da tutore, ma alla pari. Delle relazioni forse, più che degli aiuti.

Juan Saavedra

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giovedì 21 giugno 2007

Ultim'ora: SENTINELLI, IL 50% DEI FONDI IN PIU' A COOPERAZIONE

(AGI) - Roma, 21 giu. - Nel Dpef in discussione bisogna prevedere "un aumento di almeno il 50% dei fondi per la cooperazione allo sviluppo". A chiederlo e' stata la vice ministra degli Esteri con delega alla Cooperazione, Patrizia Sentinelli, all'incontro con la stampa di bilancio sul primo anno della delega.
Nel riconoscere "l'importante inversione di tendenza nella Finanziaria 2006" che ha aumentato gli stanziamenti dell'anno precedente di quasi il doppio portandoli a 600 milioni di euro, la vice ministra non ha usato mezzi termini: "Se non ci sara' un aumento progressivo dei fondi per la cooperazione - ha detto - l'Italia non riuscira' a raggiungere gli obiettivi del millennio e ad arrivare al famoso 0,7 Aps/Pil nel 2015". Per la Sentinelli e' altrettanto "evidente che per rispettare gli impegni presi in sede Onu e Unione europea e fra crescere rapidamente la percentuale di Aps sul Pil (ossia dell'Aiuto pubblico allo sviluppo sul Prodotto interno lordo) "e' necessario l'impegno di tutti i soggetti della cooperazione, compreso il ministero dell'Economia che gestisce i due terzi dei fondi". Per questo la vice ministra chiede anche la costruzione, condivisa tra le Istituzioni, di un "calendario per il recupero del progressivo raggiungimento degli impegni", un'esigenza importante su cui, ha insistito, "occorre iniziare a lavorare da subito per raggiungere la tappa intermedia dello 0,51% Aps/Pil nel 2010". (AGI)

RE.TE si unisce all'appello dell'ARCI



Shaadi, palestinese,è morto ieri a Gaza,
ucciso dal fuoco di cecchini del suo stesso popolo.

Aveva percorso le vie di una città terrorizzata e attonita per chiedere la fine delle violenze in una manifestazione pacifista che ha osato sfidare il dominio delle fazioni armate.

Aveva 20 anni.

Lavorava con il REC, associazione palestinese che da anni sta a fianco dei bambini di Gaza costretti a sopravvivere nell’inferno di una città occupata, assediata, isolata, ridotta alla miseria estrema.

Quaranta anni di occupazione israeliana uniti alla complicità e all’ignavia di una comunità internazionale che è riuscita a deludere tutte le speranze di pace e di giustizia, hanno prodotto l’unico risultato possibile: sulla devastazione sociale ha attecchito la devastazione politica, etica e morale.

Shaadi faceva il clown.

Ogni giorno, provava a regalare un sorriso a i bambini e le bambine a cui è negato da generazioni il diritto all’infanzia.

Noi, che sosteniamo il REC con l’impegno quotidiano dei nostri circoli e dei nostri soci, inchiniamo le nostre bandiere arcobaleno davanti alla vita e alla morte di un vero partigiano della pace.

Ricorderemo Shaadi nelle nostre sedi e nelle nostre iniziative.

Anche in suo nome, chiediamo all’Europa di svegliarsi finalmente dal sonno che genera mostri e di muoversi per fermare il disastro in Palestina.

Al Governo del nostro paese chiediamo di dare ora un segnale forte e inequivocabile che rompa il silenzio assordante del mondo.

Non c’è più tempo. Il tempo è ora.


L’Arci

lunedì 18 giugno 2007

...e mocciosi


venerdì 4 maggio 2007

Gita al lago. Si inizia con un bel ritardo cronico, mi affanno. Due minuti sono già ritardo, venti? mi costeranno una bella ammonizione per me,gli italiani usi e costumi in blocco.

Ma poi no li ritrovo tutti sereni davanti al Desnek. Si sono già abituati, meno male, l’incontro fra culture e la comprensione reciproca: che bella cosa.

Ore 9.30: Partiamo. Pochi ma buoni? Forse. Siamo tre grandi bambini e cinque scatenati sotto il metro e 20 e ben tre quadrupedi a segnare il passo. Ventiquattro piedi in direzione del lago, beh non sono pochi alla fine. Ma soprattutto quel lago non è segnato su nessuna cartina. Perchè? Non vedo l’ora di svelare l’arcano. Andiamo.


A cento metri dalla partenza realizzo che la palla non ce l’ha nessuno. Dietrofront: per fortuna il minimarket ha di tutto e riusciamo a recuperare un supertele. Purtroppo non arriverà neanche a metà strada, l’unico cespugli di 1 rovi è stato bersagliato e colpito. Ovviamente. La truppa cammina allegra e motivata verso le colline. La salita dura un’oretta e qualche, si suda e si ride. Il paesaggio si svela pian piano ma dopo l’ennesimo tornante il sipario si apre del tutto: Le colline a panettone come piace chiamarle a me si perdono a vista d’occhio. Solo boschi. E’ bellissimo. La contemplazione è animata dal vociferare dei piccoli gitanti che mi hanno ormai superata di gran lunga. “Lisa ce la fai?” “Vabbè che sei la più vecchia..” Etc..Ok, fine della contemplazione. Raggiungo con corsetta i piccoli spiritosi e mi metto davanti alla carovana. giusto per smentirli.

Il sentiero si perde e tagliamo due colline e due greggi: inizia la discesa,pendenza 10% e si fa di corsa, per forza.

Quindi al lago ci arriviamo quasi con tuffo di testa. Il lago.

ecco appunto. il mistero del perché non fosse segnato. Lo intuisco dal gran vociare di rane ancora prima di vederlo. E vabbè era uno stagno , alla fine. Incomprensione linguistica o approssimazione infantile? comunque sono tutti soddisfatti della meta. i quadrupedi si lanciano in acqua. anzi uno si lancia e gli altri vengono lanciati! Inutile protestare, il linguaggio animale non è stato ancora codificato del tutto e nel gruppo c’è chi sostiene che ai cani piacciano i tuffi con lancio. Le rane si zittiscono, e sì siamo arrivati. i bambini iniziano a chiedermi se sono contenta che siamo arrivati in mezzo alle rane e a chiedermi perché non mi metto ad acchiapparle. Non capisco. Ma poi sì. Gli italiani qui son soprannominati mangiarane. Ah bene, ma io no le mangio. Comunque ci mettiamo a cercale, vogliono essere sicuri che se le vedo resisto e non le sbrano. Evviva la fantasia. comunque le piccole anfibie, si son nascoste. “Hanno paura di te, che te le mangi..” e beh certo. Mi viene in aiuto una bella biscia d’acqua che con una codata sulla riva fa battere tutti in ritirata. E’ ora di ripartire. e’ stata una bella gita, speriamo in una replica.

Juan Saavedra

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venerdì 15 giugno 2007

TANTI AUGURI!!!!!


Debora Bilò e Salvatore Messineo, soci di RE.TE, il 21 giugno coronano il loro amore e si sposano...

RE.TE. augura loro tanta felicità e gioia..

AUGURI!!!