venerdì 6 luglio 2007

Alluvione in Mali

Il nostro responsabile locale in Mali, Mamadou Guindo, ci ha comunicato dei gravi danni causati dalle forti piogge a Bandiagara: circa 150 case sono state spazzate via dalla pioggia e le famiglie sono restate senza casa, le vie di comunicazione sono interrotte, i ponti sono crollati. La città permane senza corrente e acqua potabile (by Katia)

lunedì 25 giugno 2007

L'FK Rudar si gioca la promozione


18 maggio 2007

La squadra di calcio di Breza si chiama “rudar”, che significa minatore. La miniera é importantissima a Breza: mezza città ha lavorato o lavora tuttora nella miniera di carbone all’inizio del paese. Il suo simbolo occhieggia anche nello stemma del comune. E’ una delle più grandi, se non la più grande di tutta la Bosnia e rifornisce la ciclopica centrale elettrica di Kakanj. A Breza metà popolazione si scalda a legna, presa dai boschi, l’altra metà a carbone. Arriva un camioncino, scarica in mezzo alla strada davanti a casa uno o due quintali di carbone. Il padrone pian pianino lo spala in cantina. Per mezza giornata la strada é bloccata. Nessuno se la prende, é normale. La squadra nasce dalla miniera, un pò come la Juventus con la fiat credo. Ricorda un po’ gli “isotopi” di Springfield. Quest’anno ricorrono cent’anni della miniera: quando é sorta in Bosnia c’era l’Impero Asburgico.

Comunque mercoledì la squadretta, che milita dignitosamente in serie C, si giocava la promozione: 1 a 2, e sogni di gloria all’anno prossimo. Mi son fatto coinvolgere volentieri. Sono andato a fare il tifo per il Rudar credendo, da bravo fedelissimo, che potessero fare l’impresa (James mi aveva assicurato di sì). E in effetti la squadra inizia all’attacco, aggressiva, e nonostante il ritorno degli avversari riesce a chiudere in vantaggio il primo tempo. Poi purtroppo un autogol carambolesco annulla il vantaggio.



Le grida selvagge


Infine uno svarione difensivo concede un rigore agli avversari prontamente trasformato. Disdetta! “Mancò fortuna non mancò valore” si dice in gergo militaresco. Il registro non é così fuori luogo. I tifosi, categoria che rispetto ma fatico a capire, sono più simili a una tribù in battaglia che non a sostenitori, pur coinvolti, che assistono una semplice manifestazione sportiva. Quelli di qui non sono in fondo né più brutti, né più cattivi, né tanto meno più ubriachi che altrove. I cori approfondiscono pressappoco quelle due o tre tematiche classiche tipicamente al centro della speculazione ultrà: la nascita del tifoso con la maglia della propria squadra, l’invito a unirsi nella nobile causa di fare un culo così all’avversario e, immancabile, l’antico mestiere della madre o delle sorelle degli avversari. Per le madri uno zelo particolare. Del resto in Bosnia già di suo le orecchie di mamma fischiano di continuo, quasi più che in Abruzzo.

Sono andato tra i più sfegatati, in quella che in uno stadio sarebbe la curva. A Breza ci son gli spalti solo di lato, di cemento sgarrupato. Niente curva. Devo dire che é divertente cantare i cori, che alcuni personaggi sono pittoreschi e che l’iperbolica retorica ultrà smuove gli animi. Alzare la voce e le braccia viene da sé, al gol ti senti esplodere e qualche fischio all’arbitro scappa. Ma perché, mi chiedo, deve essere sempre necessaria tutta quella polizia? Perché un avversario che distrattamente guarda verso la tribuna deve essere minacciato di pestaggio, se non bersagliato con qualsivoglia oggetti? Perché la squadra avversaria, venuta sportivamente ad applaudire la tribuna, deve scappare sotto una pioggia di lattine? Mi hanno parlato del bisogno identitario, della competizione, dello sfogo dell’aggressività, ma diavoloporco continuo a non realizzare come non si possa avere qualche ambizione più elevata che non pestare l’avversario a fine partita. Eppure lo schema si ripete uguale in ogni città del mondo, con ogni squadra. Breza non fa eccezione. A Breza, realtà piccola, si avverte in special modo il paese più frizzante dalla mattina, calmo ma in qualche modo inquieto, teso, all’erta. Bandiere e magliette escono presto per la città. E’ difficile non accorgersi dell’evento. Nessun luogo in città é davvero lontano dallo stadio, e pochi hanno faccende più importanti. Tifosi, anche anziani, già ubriachi quattro ore prima, si compiacciono che un italiano prenda parte alla loro nobile causa, e non mettono in dubbio la gloriosa vittoria del Rudar. Si respira un fermento particolare, un’attesa, una specie di strana laboriosa quiete prima della tempesta. Tutti hanno il biglietto e me lo mostrano, non fatico a trovare chi vien con me sugli spalti. Vado con Haris, trovo Lejla, Alen, James, qualche papà e mamma e un sacco di bambini. Dino, ragazzino che bazzica al Desnek, fa il raccattapalle. Tutte le età e le categorie di persone son rappresentate. I cori iniziano timidi poi più decisi. Oggi a Breza tutti ritrovano nel Rudar un pò del loro orgoglio. La loro promozione forse é sentita come un riscatto per una cittadina che crede poco in se stessa, che guarda Sarajevo come una bambina guarda una signora elegante e raffinata, che vede futuro solo altrove. Il Rudar é forse l’occasione di dimenticare i problemi quotidiani, che qui non di rado vuol dire pane e companatico in tavola, trovare lavoro, o per i giovani cosa fare della propria vita. Nel Rudar forse ognuno vede la propria battaglia con la vita? Come in tutto il mondo per molti sarà anche così. Per qualcuno é solo un gioco.

Cerco di partecipare alla loro “battaglia”, di sentirmi anche oggi un po’ uno di loro anche se sia io che loro sappiamo di appartenere a mondi diversi. Non può che essere così, pur con tutta la buona volontà, l’affetto e l’amicizia che cerco di metterci. E va bene, giochiamo a tifare Rudar. A Breza oggi non c’é Sarajevo, non si pensa al futuro, non c’é altrove: c’é solo il rudar.

Juan Saavedra

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venerdì 22 giugno 2007

il gruppo gite


Il gruppo gite

venerdì 11 maggio 2007

Sabato scorso abbiamo radunato alcuni amici del Desnek. Vogliamo continuare con le gite per i bambini, ma non vogliamo che sia cosa solo nostra. Gli abbiamo così proposto di collaborare con noi. Abbiamo in cantiere ideuzze semplici: una grigliata sulle colline, e qualche gioco coibambini, per il sabato successivo. Più a lungo termine ci aiutano a organizzare i campi di lavoro che vorremmo fare per l’estate. Molti giovani bazzicano il Desnek senza farci granché. Play Station, videogiochi vari, chat e cazzeggio ti risucchiano anche qui. Un paio d’ore alla settimana possono concedercele.

Le riunioni coi bosniaci sono una prova di pazienza. Ci si trova puntualissimi, ma ognuno per i fatti suoi. Ci sono, voglio dire, sono lì, ma uno gioca alla Play, uno controlla ”solo un attimo la posta”, uno beve il caffé ... in una decina di minuti li raduniamo. Si prendono abbastanza a cuore i temi discussi, sono coinvolti, pensano e propongono come risolvere i problemi. Poi ogni tanto uno prende e sparisce per un pò. Il primo che sparisce di solito é andato a cercare un portacenere: oltre il quarto d’ora qualcuno deve per forza fumare. Gli altri che via via si 1 dileguano non si capisce, comunque dopo poco ritornano. Sono molto dispersivi. Cambiano discorso saltando di palo in frasca. Discutono, discutono. A volte sembrano quasi litigare, poi si sorridono e si danno una pacca sulla spalla, o si offrono da fumare. Ogni tanto dichiarano di aver preso una decisione con enfasi, come fossero pronti a scriverlo sul marmo. Basta poco per rimettere in discussione tutto. Il caffè aiuta, ma non fa' miracoli. Sembrano sempre girare attorno alle cose senza mai arrivare al punto. Si concentrano su dettagli trascurabili per un sacco di tempo. Faccio fatica: sono abituato a finire un discorso prima di iniziarne un altro, a chiudere in fretta eventuali parentesi. Il loro modo mi stanca, in capo a un’ora so che avrò mal di testa.



Cambio tattica, cerco di adattarmi. “Sparisco” anch’io qualche minuto a prendere un po’ d’aria, ascolto e contribuisco alle loro infinite parentesi: diciamo una ritirata strategica. Polako, polako (pian piano) come usano dire da queste parti, cerco di ottenere qualche decisione, di dividere i compiti e dare delle scadenze. Loro non sembrano infastiditi dal mio intervento così occidentalmente efficientista. Sembrano quasi docili quando cerco di tornare al punto. Mi prendono un po’ in giro, ma mi seguono. Faccio molta fatica a non sentirmi un po’ “superiore”, un po’ “arrivato ad aiutare i poveri bosniaci poveri e inesperti”. E loro forse fanno a volte fatica a non sentirsi i “poveri e inesperti bosniaci”. Difficile scrollarsi di dosso questa “missione civilizzatrice dell’uomo bianco”, pur con tutte le migliori intenzioni e lo spreco di virgolette. Certe idee sono radicate molto in profondità di quanto. La razionalità per quanto educata fatica ad arrivarci. E’ forse una delle sfide della cooperazione internazionale, una missione scritta nel suo stesso nome “cooperazione”, guardare a chi a bisogno d’aiuto non da maestro, non da padre o da tutore, ma alla pari. Delle relazioni forse, più che degli aiuti.

Juan Saavedra

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giovedì 21 giugno 2007

Ultim'ora: SENTINELLI, IL 50% DEI FONDI IN PIU' A COOPERAZIONE

(AGI) - Roma, 21 giu. - Nel Dpef in discussione bisogna prevedere "un aumento di almeno il 50% dei fondi per la cooperazione allo sviluppo". A chiederlo e' stata la vice ministra degli Esteri con delega alla Cooperazione, Patrizia Sentinelli, all'incontro con la stampa di bilancio sul primo anno della delega.
Nel riconoscere "l'importante inversione di tendenza nella Finanziaria 2006" che ha aumentato gli stanziamenti dell'anno precedente di quasi il doppio portandoli a 600 milioni di euro, la vice ministra non ha usato mezzi termini: "Se non ci sara' un aumento progressivo dei fondi per la cooperazione - ha detto - l'Italia non riuscira' a raggiungere gli obiettivi del millennio e ad arrivare al famoso 0,7 Aps/Pil nel 2015". Per la Sentinelli e' altrettanto "evidente che per rispettare gli impegni presi in sede Onu e Unione europea e fra crescere rapidamente la percentuale di Aps sul Pil (ossia dell'Aiuto pubblico allo sviluppo sul Prodotto interno lordo) "e' necessario l'impegno di tutti i soggetti della cooperazione, compreso il ministero dell'Economia che gestisce i due terzi dei fondi". Per questo la vice ministra chiede anche la costruzione, condivisa tra le Istituzioni, di un "calendario per il recupero del progressivo raggiungimento degli impegni", un'esigenza importante su cui, ha insistito, "occorre iniziare a lavorare da subito per raggiungere la tappa intermedia dello 0,51% Aps/Pil nel 2010". (AGI)

RE.TE si unisce all'appello dell'ARCI



Shaadi, palestinese,è morto ieri a Gaza,
ucciso dal fuoco di cecchini del suo stesso popolo.

Aveva percorso le vie di una città terrorizzata e attonita per chiedere la fine delle violenze in una manifestazione pacifista che ha osato sfidare il dominio delle fazioni armate.

Aveva 20 anni.

Lavorava con il REC, associazione palestinese che da anni sta a fianco dei bambini di Gaza costretti a sopravvivere nell’inferno di una città occupata, assediata, isolata, ridotta alla miseria estrema.

Quaranta anni di occupazione israeliana uniti alla complicità e all’ignavia di una comunità internazionale che è riuscita a deludere tutte le speranze di pace e di giustizia, hanno prodotto l’unico risultato possibile: sulla devastazione sociale ha attecchito la devastazione politica, etica e morale.

Shaadi faceva il clown.

Ogni giorno, provava a regalare un sorriso a i bambini e le bambine a cui è negato da generazioni il diritto all’infanzia.

Noi, che sosteniamo il REC con l’impegno quotidiano dei nostri circoli e dei nostri soci, inchiniamo le nostre bandiere arcobaleno davanti alla vita e alla morte di un vero partigiano della pace.

Ricorderemo Shaadi nelle nostre sedi e nelle nostre iniziative.

Anche in suo nome, chiediamo all’Europa di svegliarsi finalmente dal sonno che genera mostri e di muoversi per fermare il disastro in Palestina.

Al Governo del nostro paese chiediamo di dare ora un segnale forte e inequivocabile che rompa il silenzio assordante del mondo.

Non c’è più tempo. Il tempo è ora.


L’Arci

lunedì 18 giugno 2007

...e mocciosi


venerdì 4 maggio 2007

Gita al lago. Si inizia con un bel ritardo cronico, mi affanno. Due minuti sono già ritardo, venti? mi costeranno una bella ammonizione per me,gli italiani usi e costumi in blocco.

Ma poi no li ritrovo tutti sereni davanti al Desnek. Si sono già abituati, meno male, l’incontro fra culture e la comprensione reciproca: che bella cosa.

Ore 9.30: Partiamo. Pochi ma buoni? Forse. Siamo tre grandi bambini e cinque scatenati sotto il metro e 20 e ben tre quadrupedi a segnare il passo. Ventiquattro piedi in direzione del lago, beh non sono pochi alla fine. Ma soprattutto quel lago non è segnato su nessuna cartina. Perchè? Non vedo l’ora di svelare l’arcano. Andiamo.


A cento metri dalla partenza realizzo che la palla non ce l’ha nessuno. Dietrofront: per fortuna il minimarket ha di tutto e riusciamo a recuperare un supertele. Purtroppo non arriverà neanche a metà strada, l’unico cespugli di 1 rovi è stato bersagliato e colpito. Ovviamente. La truppa cammina allegra e motivata verso le colline. La salita dura un’oretta e qualche, si suda e si ride. Il paesaggio si svela pian piano ma dopo l’ennesimo tornante il sipario si apre del tutto: Le colline a panettone come piace chiamarle a me si perdono a vista d’occhio. Solo boschi. E’ bellissimo. La contemplazione è animata dal vociferare dei piccoli gitanti che mi hanno ormai superata di gran lunga. “Lisa ce la fai?” “Vabbè che sei la più vecchia..” Etc..Ok, fine della contemplazione. Raggiungo con corsetta i piccoli spiritosi e mi metto davanti alla carovana. giusto per smentirli.

Il sentiero si perde e tagliamo due colline e due greggi: inizia la discesa,pendenza 10% e si fa di corsa, per forza.

Quindi al lago ci arriviamo quasi con tuffo di testa. Il lago.

ecco appunto. il mistero del perché non fosse segnato. Lo intuisco dal gran vociare di rane ancora prima di vederlo. E vabbè era uno stagno , alla fine. Incomprensione linguistica o approssimazione infantile? comunque sono tutti soddisfatti della meta. i quadrupedi si lanciano in acqua. anzi uno si lancia e gli altri vengono lanciati! Inutile protestare, il linguaggio animale non è stato ancora codificato del tutto e nel gruppo c’è chi sostiene che ai cani piacciano i tuffi con lancio. Le rane si zittiscono, e sì siamo arrivati. i bambini iniziano a chiedermi se sono contenta che siamo arrivati in mezzo alle rane e a chiedermi perché non mi metto ad acchiapparle. Non capisco. Ma poi sì. Gli italiani qui son soprannominati mangiarane. Ah bene, ma io no le mangio. Comunque ci mettiamo a cercale, vogliono essere sicuri che se le vedo resisto e non le sbrano. Evviva la fantasia. comunque le piccole anfibie, si son nascoste. “Hanno paura di te, che te le mangi..” e beh certo. Mi viene in aiuto una bella biscia d’acqua che con una codata sulla riva fa battere tutti in ritirata. E’ ora di ripartire. e’ stata una bella gita, speriamo in una replica.

Juan Saavedra

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venerdì 15 giugno 2007

TANTI AUGURI!!!!!


Debora Bilò e Salvatore Messineo, soci di RE.TE, il 21 giugno coronano il loro amore e si sposano...

RE.TE. augura loro tanta felicità e gioia..

AUGURI!!!

ottime notizie

Ieri il Ministero ha approvato due nostri programmi presentati da tempo in cerca di un finanziamento: il progetto integrato a BREZA, in Bosnia (da cui scrivono Silvestro e Lisa), e il progetto a sostegno delle comunità quilombolas (originate dagli schiavi neri fuggiti nelle foreste in cerca di libertà) nel Vale do Ribeira, Stato di San Paolo, Brasile!

foto


27 Aprile 2007

Armina ha fatto una cosa stupenda. Nel palazzo abbandonato che la Lotteria Nazionale le ha concesso in uso, ha organizzato una mostra: opere realizzate con foto. Mi spiego meglio ... ogni artista esponeva le foto che voleva, come voleva. Disponendole, montandole liberamente e usando i supporti che meglio credeva. Una, ad esempio, appariva come un albero, fatto di pezzi di legno attaccati al muro e dipinti. A mo’ di frutti, alcune fotografie in A4. Le opere erano molto semplici, e quasi sempre fatte con materiali di recupero. Oppure erano attaccate a qualche parte dell’edificio, o disposte in una sua stanza. L’edificio e le sue parti divenivano così parte delle opere. Quasi sfumava il confine tra le opere e il loro contenitore.





Le opere, molto curate e originali, non sembravano certo fuori luogo
tra sporcizia, calcinacci e muri semicrollati, anzi erano tanto più
interessanti perché “integrate” nell’edificio, che si trovava così
trasformato col suo squallore e il suo abbandono, con la sua decadenza,
in un’opera d’arte. Gli artisti son riusciti in pieno a sfruttare la
forza evocativa dell’edificio. Forse era difficile pensare questo posto
come location per mostre ed esposizioni, eppure questa mostra qui é
stata proprio azzeccata. Avevamo promesso ad Armina di aiutarla, se non
con opere d’arte, almeno a sistemare e a preparare il rinfresco. Armina
ha questa abitudine di accogliere chi visita le mostre o le iniziative
nel suo spazio, offrendo qualcosa da bere. Un gesto ospitale. Portiamo
quindi “il materiale” e ci mettiamo a sbucciare mele per la sangria.
Vengo inviato a comprare insalatiere di plastica. In centro a Sarajevo?
La missione si rivela impossibile, com’era facile immaginare. A mostra
iniziata diamo qualche cambio al tavolo bevande: precedenti esperienze
di ospiti troppo “assetati” consigliano che qualcuno stia al tavolo a
servire da bere. Intanto giriamo la mostra. E’ pieno di gente piuttosto
varia e tutti sembrano apprezzare il lavoro. Piano piano questo strano
luogo prende forma e vive. Ogni volta qualcosa é diverso, qualcosa
migliora.

Silvestro e Lisa

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giovedì 14 giugno 2007

Fiori


Venerdì 20 aprile 2007

L’altra settimana Irfan ha avuto un’idea, di quelle geniali per la loro semplice ovvietà. Avevamo coinvolto un paio di giovani del Desnek per vedere cosa si poteva combinare con i bambini, e per proporre un programma di gite.

Il Desnek sarebbe rivolto a giovani dai 16 ai 30 anni, ma la sua sala computer é affollata di bambini. Aspettano che i computer siano liberi per giocare ai videogiochi. Oppure aspettano di avere il mezzo marco per pagarsi mezz’ora di computer, e intanto guardano gli altri, ficcano il naso mentre leggiamo la posta o parliamo via skype, corrono qua e là. A volte si fanno troppo “animati, e vengono cacciati malamente dal responsabile della sala computer.



Qualcuno é più “teppistello” di altri e a volte cerca di venderci oggetti di qualunque tipo, di provenienza quantomeno sospetta. Questa situazione di “sbando” ci piace poco, soprattutto considerato che molti giovani del centro hanno energie e tempo libero. Così l’altra settimana ci trovavamo in “cancelarija”, ufficio, con Irfan ed Edin, a parlottare di cosa si può fare. Qualcuno mi chiede 1 Dzenan Irfan chi finanzierà: é una domanda abbastanza frequente. Sembra che per qualunque cosa servano soldi, anche per tirarsi dietro quattro ragazzini. Rispondo seccamente che non servono. La domanda non é del tutto ingiustificata in un paese dove il volontariato non é molto diffuso: un pò non c’é la cultura di fare qualcosa per gli altri senza soldi, un pò la gente deve prima portare a casa la pagnotta. Irfan propone di risistemare i vasi di fiori davanti al Desnek. Perfetto: poco costoso, semplice da organizzare e realizzare, vario, perché bisogna andare a prendere la terra, riempire i vasi, zappare e piantare, ma soprattutto remunerativo, perché alla fine si vede e si apprezza il frutto del proprio lavoro.
Domenica mattina arriviamo puntuali, ma i bambini sono già al lavoro. Alla squadra si é aggiunto Dzenan, personaggione forte e atletico (olimpiadi, giochi del mediterraneo, mondiali ...), zappa come una macchina. Ride e scherza sempre, e i bambini lo adorano.
Mi metto al lavoro, ma per ogni cosa che cerco di fare un ragazzino mi strappa di mano gli attrezzi. “jacciu, jacciu”, “faccio io, faccio io”. Ripiego sulla documentazione. Fotografo tutto. Con la macchina digitale non c’é più ritegno. Zappiamo in profondità, poi partono varie spedizioni a prendere la terra, si mischia la terra, si bagna. Al momento di mettere i fiori fa troppo caldo, diciamo ai bimbi di tornare più tardi. Finito il corso di italiano (di cui siamo i temutissimi professori) ci ritroviamo. Fatichiamo a frenare i bambini, e a imporre un ordine estetico dei fiori. Cinque o sei persone lì per caso si prodigano in consigli, come se i fiori fossero il loro mestiere. Ne emergono varie scuole di pensiero. Prevale quella di un ubriacone, esagerato ma innocuo. Vuol fare tutto lui. I bambini ridono, riusciamo più o meno a limitarlo.
I fiori sono piantati. Ora vedremo se resistono al sole, ai temporali, a mani misteriose che strappano o rubano, alla spazzatura lasciata nelle aiuole. Riceviamo i complimenti del presidente, e di alcune signore al balcone. Regaliamo ai bambini mezz’ora di computer gratis, e loro si gettano subito all’arrembaggio.

Silvestro e Lisa

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