
Secondo il presidente deposto, ancora barricato nell'ambasciata brasiliana e sul cui capo pendono sei accuse per reati politici e comuni, l'azione della Procura ha come obiettivo quello di “coprire” la verità. “C'è stata una cospirazione tra Congresso, Corte di giustizia e Procura generale con i militari per giungere a un colpo di Stato. Sono tutti insieme responsabili di quanto è successo”. Zelaya ieri si è incontrato con il sottosegretario di Stato Usa Craig Kelly, in visita nel Paese centroamericano per offrire la collaborazione di Washington nella ricerca di una via d'uscita alla crisi politica. Il rappresentante del governo statunitense si è poi riunito anche con Lobo e con Micheletti. Quest'ultimo è tornato a ribadire che non lascerà l'incarico di presidente “de facto” fino al 27 gennaio, giorno dell'insediamento del suo successore, nonostante le “pressioni americane” e dello stesso Lobo, che gli ha più volte chiesto di dimettersi per favorire la ricomposizione dei rapporti con la comunità internazionale. Micheletti è invece tornato a difendere la sua scelta e ha accusato gli Usa di ingerenza negli affari interni di Honduras per aver offerto “molti milioni di dollari di aiuti” in cambio di un suo passo indietro.
Sul ruolo degli Stati Uniti nella vicenda Zelaya ha espresso la sua opinione all'emittente radiofonica Radio globo, sottolineando che stanno chiedendo che il presidente “de facto” lasci il potere, ma “non hanno la forza” per determinarne l'uscita di scena. “Gli Usa sanno lavorando affinché Micheletti lasci la presidenza prima dell'insediamento di Lobo. Lui però si è fissato, rifiutandosi di fare un passo indietro e ribadendo che rimarrà in sella e con il freno tirato”. “Non cambierò idea perché qualcuno viene qui a fare pressioni – ha quindi aggiunto il capo di Stato “ de facto” nel corso di un'intervista televisiva -. Non me ne andrò prima del 27 gennaio se non c'è un atto legale che me lo impone”.
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